L'eloquenza dell'incontro fotografico. Intervista a Raoul Iacometti - Bake Agenzia di Comunicazione

L’eloquenza dell’incontro fotografico. Intervista a Raoul Iacometti

10 Maggio 2018, di bake journal

La dialettica di Raoul Iacometti è fatta di persone e di spazi, narrati in un verace bianco e nero. L’atto fotografico si schiude grazie a un punto di contatto tra l’autore e il soggetto rappresentato. Quando ci si tocca, inizia il dialogo, che si trasforma nella trasfigurazione di un’idea. Fotografare, per Raoul, significa comprendere.

Diane Arbus disse una volta: «Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate». Succede, a volte, di entrare in una mostra fotografica e di rendersi conto, all’improvviso, di trascurare il mondo. Qual è la cosa che riesci ad esprimere più facilmente attraverso la fotografia?

Amo raccontare le persone, le persone nei luoghi. Ciò che sono, oppure qualche loro pensiero, un sogno. Certo è che quando iniziano a raccontarsi, poi, non si fermano, vanno avanti a ruota libera. Scatto se sono sicuro che entrambi lo desideriamo. Talvolta, il culmine perfetto capita anche dopo pochi minuti di conversazione. È uno scambio empatico, fatto di sguardi e gesti, le parole colmano gli spazi che altrimenti rimarrebbero vuoti. Qualche volta mi è capitato di fare conversazione e poi, di salutarsi senza scattare alcuna fotografia. Fantastico!
Attualmente ho diversi progetti in essere, tra i quali Green Attitude, dittici fotografici in BN che uniscono due mondi apparentemente distanti come la danza e quello delle piante e dei fiori. Se avete voglia e tempo, potete andare a visitare il sito dedicato e la pagina Facebook.
Poi, ho creato insieme a Carlo Negri, scrittore e autore di testi per comici famosi come Giacobazzi e trasmissioni come Zelig, una serata/spettacolo dove la fotografia si fonde con la letteratura e la musica, durante la quale Carlo recita racconti ispirati da alcune mie fotografie e dove gli aneddoti, legati ai rispettivi mestieri, fanno da connessione tra le proiezioni di un audiovisivo e un altro.
Sì, credo che la cosa che vivo più intensamente, quella in cui mi esprimo meglio con la fotografia sia proprio raccontare la gente. Amo il fatto che anche da una sola fotografia si possa raccontare un’intera storia e che possa nascere tutto questo.

“Fotografie e altre storie…La Najade ribelle” – Testo di Carlo Negri | © Raoul Iacometti

Gran parte delle fotografie presenti sul tuo sito sono in bianco e nero. Cosa ti spinge ad usare questa tecnica e quale valenza possiede?

Il BN è qualcosa di magico, raffinato, di elegante, di ruffiano. Dà la possibilità al fotografo di materializzare i sentimenti e di ritrarre la realtà in maniera irreale. Aiuta ad enfatizzare i sentimenti in modo profondo e con maggior decisione rispetto al colore. Credo sia ancora oggi un mezzo interpretativo forte, in grado anche di determinare in modo univoco il concetto contenuto in una fotografia. La stessa a colori, nella quasi totalità dei casi, avrebbe sicuramente tutt’altro significato. Fotografo in bianconero non perché la fotografia così diventa più bella o interessante, ma semplicemente perché la vita la sento così. Quasi sempre.

Green Attitude | Sara Renda dancer ©Raoul Iacometti

Il reportage appare, almeno ai non esperti, come la forma tecnica più capace di cogliere la spontaneità del reale. È la forma attraverso cui l’inanimato acquista un fortissimo potere evocativo. Che cosa si prova a fissare il mondo, nell’attimo in cui questo, gira?

Maestro Gillo Dorfles | Milano_Dicembre 2016 © Raoul Iacometti

Poter scattare delle immagini che testimoniano e documentano situazioni e fatti quotidiani credo sia la cosa che restituisce la gratificazione più grande ai fotografi.
Amo tutta la fotografia, ma come ho detto poco fa, poter raccontare un fatto o una storia di un’unica persona o di molti, famosa o sconosciuta, descrivere i luoghi o un piccolo evento di provincia, mi fa sentire utile.

La cultura dell’icona ci ha sensibilizzati all’immagine. È più difficile essere un fotografo nell’epoca in cui tutti giocano a rivestire quel ruolo?

C’è una frase del Maestro Tiziano Terzani che racchiude tutto e che condivido dalla prima all’ultima parola: «Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e i filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea. Bisogna capire cosa c’è dietro i fatti per poterli rappresentare. La fotografia – clic! – quella la sanno fare tutti».
Credo fermamente che in queste parole sia racchiusa la vera essenza di ciò che significa fare fotografia, vivere di fotografia, fatta di etica e rispetto e, non ultima, di progettualità. È vero, oggi è difficile viverci, mantenersi con questo lavoro, ma credo che cercando di mantenere alte le linee guida descritte prima si possa proseguire, tra mille contrasti e mille difficoltà, ma alla fine tutto ciò ripaga alla grande. Il resto è meglio lasciarlo a chi decide di improvvisarsi, sperando poi in qualche modo anche di riuscire a farla franca.

Raoul Iacometti, Milano, classe 1961. Fotografo free-lance per diversi settori, dal reportage al food and beverage. Le sue fotografie trovano spazio su riviste, libri, siti web, calendari. Protagonista di un’intensa attività produttiva ed espositiva, inizia nel 2010 il progetto “Green Attitude”, in cui lega il mondo botanico a quello della danza.
Nominato dalla Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche, “Autore dell’anno 2015”.

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